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CASTELLO
DI TORRECHIARA

Secolo XV

INVOCATO IL NOME DELA REDEMPTRICE
DI CUY PRONOME PORTO IO PETRO ROSSO
FONDAY STA ROCHA ALTIERA ET FELICE
M DE MAGIO QUARANTAOCTO ERA IL CORSO CCCC
ET CUM DIVINO AIUTO FU PERFECTA
AVANTI CHEL SEXANTA FUSSE SCORSO
È senz’altro il castello più spettacolare, più strutturato e anche
più frequentato della provincia di Parma e per questo è stato spesso
usato come set cinematografico di film come Ladyhawke di Richard
Donner, interpretato da Michelle Pfeiffer, Matthew Broderick
e Rutger Hauer ed è sede di spettacoli estivi tra i quali, naturalmente
il Festival di Torrechiara Renata Tebaldi.
Il maniero si trova a 278 m. sul livello del mare su una piattaforma
murata posta al sommo di un colle terrazzato e coltivato alla sinistra
del torrente Parma lungo la strada per Langhirano.
Sicure notizie dell’esistenza di una struttura fortificata a Torrechiara
si hanno solo dal 1259 quando il podestà di Parma ne ordina la demolizione,
vietandone due anni dopo la riedificazione. L’attuale castello in
ogni modo venne realizzato nel 1448-60 da Pier Maria Rossi con una
formula felicissima di fusione fra strutture difensive e residenziali
che ne fanno tuttora una delle esperienze estetiche più piacevoli
del territorio.
La pianta è rettangolare, con quattro torrioni radunati nel nucleo
collegati da mura merlate alla ghibellina (uno dei torrioni è doppio
e sovrasta gli altri): in questo modo si definisce un cortile rettangolare,
il Cortile d’Onore (lato lungo m.26.55) che ha un lato porticato
con volte a crociera e colonne in laterizio (primo ordine) e arenaria
(secondo), corrispondente a quello del piano superiore.
Verso la fine del XVI secolo furono sovralzate le due logge sul fronte
orientale facendone un belvedere che domina su un amplissimo panorama
e arricchisce di chiaroscuri l’architettura. L’interno è ricchissimo
di sale affrescate.
PIANO TERRA
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Oratorio di S.Nicomede.
Secondo le cronache Bianca Pellegrini e Pier Maria Rossi assistevano
alle funzioni da una tribunetta lignea (ora al Museo del Castello
Sforzesco di Milano) e qui si sarebbero fatti seppellire: due lastre
di lapidi testimonierebbero la veridicità della notizia.
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Sala di Giove. Affrescata da Cesare Baglione (fine XVI
sec.) con la figura del padre degli dei sulla volta e motivi a grottesche,
putti, cartigli, architetture fantastiche. Alle pareti, altre decorazioni
naturalistiche del XVIII sec.
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Sala del pergolato. Cesare Baglione affresca nella volta
un pergolato e alle pareti figure femminili, a cui si sono sovrapposti
paesaggi con uccelli del XVIII sec.
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Sala dei paesaggi. Decorazioni paesaggistiche entro ovali,
con raffigurazioni di castelli, e grottesche alle pareti.
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Sala della Vittoria. Una Vittoria vola al centro della
volta in uno squarcio di cielo. Le altre raffigurazioni sono strutturate
entro motivi architettonici collegati da festoni.
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Sala degli Angeli. Al centro della volta, l’arma degli
Sforza, e alle vele angeli che si affacciano da balaustre. Nelle
lunette, uccelli con stemmi degli Sforza di S. Fiora e famiglie
collegate.
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Sala del Velario. Un velario dipinto nella volta si raccorda
con i peducci angolari a filari di serti. Nelle vele e nelle pareti,
altri motivi a grottesche.
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Salone degli Stemmi. Volte e lunette a grottesche e stemmi
di papi, sovrani e nobili legati ai Rossi e agli Sforza di S. Fiora.
Nella volta, riquadri con angeli.
PIANO PRIMO
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Salone dei Giocolieri. Così detto dall’affresco del Baglione
nel quale dei nudi su leoni si prodigano in acrobatici esercizi
fino a formare una specie di piramide umana. Fregio con scene di
battaglia e figure femminili. Monocromi con architetture e grottesche
su tutte le pareti.
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Camera d’Oro, forse camera nuziale o forse cancelleria
del castello (qui venne rogato certamente il testamento di Pier
Maria Rossi), è l’ambiente più celebrato del castello e uno dei
più alti esempi di camera votiva ed erotica (ammesso che fosse tale
la destinazione) in Italia. Il ciclo di affreschi è attribuito alla
scuola di Benedetto Bembo e vi è rappresentata una figura femminile
(Bianca Pellegrini, amante di Pier Maria Rossi) in abiti da pellegrina,
che percorre tutte le proprietà rossiane, dipinte con grande cura
di particolari (nelle vele i possedimenti montani, nelle lunette
quelli di collina e pianura). Fu ricostruita da Amedeo Bocchi
e Daniele De Strobel per rappresentare l’Emilia Romagna all’esposizione
etnografica di Roma nel 1911.
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