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FOTOGRAFIE


 

 

 

 

 

 

 

LA STAMPA


Manomanouche,

Sorride Django
Nel quartetto ritorna il jazz gitano del grande chitarrista
 

C’era un fantasma in più sabato sera nel Castello di Torrechiara. Oltre alla probabile schiera di dame, paggi, guerrieri e giullari, si aggirava anche lo spirito di un chitarrista gitano degli anni ’30. (…) Sì, lo spirito di Django Reinhardt era lì, sigaretta come sempre fra le labbra, abbiglia- mento da dandy, il solito vago sorriso da divo del cinema. Uno spirito soddisfatto, molto, del- l’omaggio di quei suoi quattro “allievi”. (…)

E in occasione di un concerto in un castello, luogo di fantasmi per eccellenza, ha avuto dav- vero modo di compiacersi. Di quel contrabbassista di colore, Pierre Steeve Jino Touche, della lontana Mauritius, dal toc- co elegante e capace anche di bellissimi soli melodici che ai suoi tempi nessun suonatore delle quattro corde era in grado di fare. Di quel fisarmonicista, Max Pitzianti, in grado di suo- nare vertiginosi valsemusette come neanche nei balli in piazza della Parigi dei suoi anni si sentivano e anche, a volte, di accompagnare gli altri come se il suo fosse uno strumento a percussione. Di quei due chitar- risti, il solista Nunzio Barbieri e Luca Enipeo, scintillanti, fan- tasiosi, imprevedibili. Del quar- tetto che dava l’idea di diver- tirsi suonando.
(…) E poi quel cortile da sogno, quel pubblico felice, quel vino offerto dai castellani all’ingres- so, con grazia ed eleganza. Era davvero soddisfatto e sorrideva di gusto, il grande Django.

 
Marco Buttafuoco
L’Informazione – Spettacoli
16 luglio 2007

 


 

I Manomanouche

con il “fantasma”

di Django Reinhardt

Gremito il Cortile d'Onore del Castello per il coinvolgente gipsy-jazz del gruppo

 

Leggero, elegante, musicale (...) Agli aggettivi coi quali abbiamo cercato di condensarne le carat- teristiche, avremmo potuto ag- giungere coinvolgente, e forse si sarebbe spiegato ulteriormen- te la capacità comunicativa di questa musica e degli eccellenti musicisti che compongono que- sto complesso che è ormai un punto di riferimento europeo per questo genere. A loro volta questi musicisti hanno un pun- to di riferimento assoluto e di- chiarato: Django Reinhardt (...) Quell’anima gitana che era il titolo del set offerto da Nunzio Barbieri, eccellente, raffinata chi tarra solista e leader di un grup- po affiatatissimo e solidamente musicale (...).

 

Vincenzo Raffaele Segreto
Gazzetta di Parma – Spettacoli
16 luglio 2007

 

INFO


 

DATA:
Sabato 14 luglio 2007

 

ORA: 21,15

 

LUOGO:
Cortile d’Onore del
CASTELLO DI TORRECHIARA

MANOMANOUCHE



 

“ANIMA GITANA”

Gipsy Jazz

 

FESTIVAL DI TORRECHIARA 2007

 

Nel panorama chitarristico europeo esiste una tradizione che affonda le sue radici nella cultura di una delle principali famiglie zingare del continente, i nomadi Manouches. Una tradizione in cui la musica autenticamente gitana, frutto dell’incontro delle più diverse culture, assorbe gli elementi ritmico-armonici del Jazz americano degli Anni ’30, fondendoli col Valzer Musette francese e la melodia italiana.
Una “miscela esplosiva” nata come percorso naturale di alcuni grandi musicisti gitani, il cui caposcuola fu il leggendario chitarrista Django Reinhardt, anch’egli Manouche, che seppe coniugare magistralmente libertà di espressione e virtuosismo tzigano, operando nella sua musica una sintesi innovatrice che riassume il passato, preparando il futuro. Oggi, a più di cinquanta anni dalla morte di Django Reinhardt, il Jazz Manouche (o Gypsy Jazz) continua ad evolversi, con sempre più persone che l’ascoltano, lo suonano e lo amano.
Il progetto Manomanouche nasce a Torino nel 2001 dall’incontro di musicisti di differente estrazione, con una consolidata esperienza professionale: Nunzio Barbieri, Luca Enipeo (chitarra), Pierre Steeve Jino Touche (contrabbasso) formano il nucleo centrale al quale, in formazione di quartetto, si aggiunge Massimo Pitzianti (fisarmonica e clarino). Da segnalare che Jino Touche e Max Pitzianti sono collaboratori fissi di Paolo Conte dagli anni ’90; con lui hanno realizzato numerosi dischi e partecipato a prestigiosi tour internazionali.
Obiettivo principale del gruppo è quello di far conoscere ad un pubblico sempre più vasto la cultura e l’eccezionale tradizione musicale degli zingari Manouches. La loro intensa attività concertistica li porta ben presto ad assumere uno stile del tutto personale, ricco di contaminazioni ma sempre fedele all’essenza, allo spirito caratteristico della tradizione musicale dalla quale traggono ispirazione.
Prendono parte al progetto diversi artisti “ospiti” a livello nazionale ed europeo e nell’arco di pochi anni Manomanouche diventa una realtà di riferimento nel panorama Gypsy Jazz: un caso unico per la qualità della ricerca, degli arrangiamenti e per la valenza personale ed emotiva che il progetto riveste per i musicisti coinvolti.
I Manomanouche hanno un’intensa attività live in Italia, Francia, Germania e Svizzera, e si sono esibiti nei principali Festival Jazz e nelle manifestazioni dedicate alla chitarra e alla musica Manouche; inoltre organizzano ogni anno a Torino il prestigioso Festival Internazionale Jazz Manouche Django Reinhardt.
Il concerto dei Manomanouche è completamente realizzato con strumenti acustici. La loro musica ha un impatto immediato sul pubblico e comprende, oltre ad una scelta di arrangiamenti di Django Reinhardt, alcuni standards del repertorio del grande chitarrista, valzer gipsy-musette e brani originali.

 

Nunzio Barbieri, chitarra solista

Luca Enipeo, chitarra ritmica

Pierre Steeve Jino Touche, contrabbasso

Max Pitzianti, fisarmonica

 


 

Il leggendario chitarrista Jean Baptiste Reinhardt, semplicemente “Django” per il popolo Rom, dal quale ancora oggi è considerato un eroe, nacque a Liberchies in Belgio nel 1910 da una famiglia nomade gitana manouche.
All’età di 18 anni Django, già abile suonatore di banjo, chitarra e violino, scampò ad un incendio notturno divampato nella roulotte  nella quale viveva con la moglie, alla periferia di Parigi. Contro il parere dei medici e a rischio della vita, rifiutò l’amputazione della mano sinistra e della gamba destra, ma l’anulare e il mignolo della mano rimasero irrimediabilmente atrofizzati. Questa circostanza si rivelerà decisiva nella storia del jazz, spingendo il giovane Django a elaborare una tecnica chitarristica rivoluzionaria, che gli permise di superare la menomazione stupendo per l’eccezionale virtuosismo, la vitalità e l’originalità espressiva. Una tecnica che rimane ancora oggi inestimabile patrimonio dei chitarristi manouche, accompagnata da uno stile che affonda le radici nelle origini gitane del chitarrista e fortemente influenzato dall’ambiente musicale francese di quegli anni, nel quale operavano senza distinzione musicisti di formazione classica, jazz e popolare: emigranti italiani, neri americani e zingari provenienti da tutta l’Europa.
Intorno alla metà degli anni Trenta avvenne l’incontro col violinista di origini italiane Stéphane Grappelli, assieme al quale Django fondò il quintetto dell’Hot Club de France che in breve tempo diventò popolare in tutta Europa e negli Stati Uniti, in particolare a New Orleans, culla dello swing.
Django suonò con leggende del jazz come Louis Armstrong, Coleman Hawkins, Benny Carter, Rex Stewart e fu invitato da Duke Ellington come ospite in alcuni suoi concerti, l’ultimo dei quali si svolse alla Carnegie Hall di New York.
Pur essendo analfabeta (chiese a Stéphane Grappelli di insegnargli a scrivere il suo nome, per poter firmare gli autografi) e non sapendo scrivere ne’ leggere gli spartiti musicali, Django compose numerosi pezzi destinati ad entrare nella storia del jazz, come Nuages, Minor Swing, Tears, My Sweet, Nagasaki, Belleville, Djangology
Con l’affermazione del bebop nei confronti dello swing, fu ancora protagonista di alcune notevoli interpretazioni alla chitarra elettrica, ma la sua stella era ormai in declino. Anche a causa delle cattive condizioni di salute, la sua carriera rallentò in maniera considerevole e nel 1951 Django si ritirò a Samois sur Seine, nei pressi di Fontainebleau, dove il 16 maggio del 1953, a soli 43 anni, fu colpito da emorragia cerebrale e, soccorso con grande ritardo, arrivò morto all’ospedale di Fontainebleau.
Inestimabile è l’influenza di Django Reinhardt sul jazz moderno e moltissimi sono i chitarristi che da lui hanno tratto ispirazione, costituendo una vera e propria “scuola” di chitarra gipsy jazz.
In tempi recenti, la sua figura di ha ispirato, tra l’altro, il film Accordi e disaccordi di Woody Allen.

 


Come ulteriore arricchimento del legame tra il Festival e il territorio circostante, durante la serata agli spettatori è stato offerto un aperitivo proposto dai sommelier dell’Azienda agricola Carbognani Anna.

 

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